Accedi

Ho dimenticato la password

Ultimi argomenti
» Contest Prospettive
Da walter Lun Nov 27, 2017 4:15 pm

» mostre f8chieri che stiamo programmando
Da Matteo Maso Gio Ott 26, 2017 6:26 pm

» news f8chieri autunno 2017
Da Matteo Maso Sab Set 30, 2017 11:08 am

» Contest "Letture e lettori" settembre 2017
Da walter Gio Set 28, 2017 10:17 am

» CORSO BASE - AUTUNNO 2017
Da Diego Corvasce Mar Set 05, 2017 11:28 am

» CORSO AVANZATO - AUTUNNO 2017
Da Diego Corvasce Mar Set 05, 2017 11:27 am

» CORSO DI PHOTOSHOP - AUTUNNO 2017
Da Diego Corvasce Mar Set 05, 2017 11:26 am

» CORSO DI RITRATTO FOTOGRAFICO - AUTUNNO 2017
Da Diego Corvasce Mar Set 05, 2017 11:21 am

» Corsi di fotografia f8chieri autunno 2017
Da Matteo Maso Dom Set 03, 2017 10:20 pm

» Contest Alberi
Da walter Gio Lug 20, 2017 9:33 am

Cerca
 
 

Risultati secondo:
 


Rechercher Ricerca avanzata


Da repubblica.it Michele Smargiassi. I bordi fotografici.

Vedere l'argomento precedente Vedere l'argomento seguente Andare in basso

Da repubblica.it Michele Smargiassi. I bordi fotografici.

Messaggio Da clelia tormen il Gio Gen 28, 2016 10:32 pm

Michele Smargiassi.         Chieri,28/01/2016
25 gennaio alle ore 9:55 ·

I bordi fotografici.
Mai emarginare il margine
Anni fa, eravamo a tavola dopo un convegno, Guido Guidi fece un'affermazione critica su Paolo Monti che continua a girarmi nella testa: Non tiene sotto controllo i bordi. Prima o poi, se ne avrò l'occasione, gli chiederò di approfondire il concetto.
smargiassi-michele.blogautore.repubblica.it|Di Repubblica.it

Fotocrazia
Evoluzioni e rivoluzioni nel futuro, nel presente e nel passato del fotografico
Michele Smargiassi
di Michele Smargiassi
25
gen
2016
Mai emarginare il margine

 

Anni fa, eravamo a tavola dopo un convegno, Guido Guidi fece un'affermazione critica su Paolo Monti che continua a girarmi nella testa: "Non tiene sotto controllo i bordi". Prima o poi, se ne avrò l'occasione, gli chiederò di approfondire il concetto.

BacigalupoMa credo di aver capito il senso. Sono i bordi dell'inquadratura l'ansia e la trappola del fotografo compositore. È in quelle zone marginali, vicine alla cornice, che la fotografia cerca di sfuggire al dominio del suo autore. È quello il fronte della battaglia sorda ma decisiva fra conscio autoriale e inconscio tecnologico.

All'ultimo SiFest di Savignano sul Rubicone c'era una mostra che forse, in un'edizione davvero ricca, molti hanno sottovalutato (non i curatori, che ne hanno tratto il poster dell'intera manifestazione): quella in cui Martina Bacigalupo, dell'agenzia Vu, depone la sua propria fotocamera e ci mostra cascami di foto altrui. Sì, cascami, letteralmente: scarti di produzione, da buttare (fortunatamente recuperati). Vengono dal Gulu Real Art Studio, un laboroatorio fotografico nel nord dell'Uganda (Martina da anni lavora in Africa).

Sono fotografie col buco. Quel che resta dei ritratti a figura intera, da cui lo studio abitualmente ritaglia il primo piano del busto che serve per i documenti di identità. Quali motivazioni pratiche portino a questo spreco (da quel che resta, vediamo pose composte, panneggi, mani abiti della festa, tutto "inutile"), non è chiaro, certo si tratta di uno spreco geniale, da cui Martina ha ricavato una meditazione sul fotografico e sull'identità.

In Almost every picture COVERMi è subito tornato in mente uno dei volumetti di Erik Kessels, il geniale olandese, per la sua serie In Almost Every Place: una serie di enigmatiche Polaroid, all'apparenza banali ritratti in spiaggia, almeno da quel che si può decifrare dai bordi dell'immagine, perché tutte, e sono decine, risultano perforate da un foro perfettamente tondo che asporta la figura.

Le trovò per caso il fotografo Toon Michiels e alla fine riuscì a risalire alla spiegazione: erano gli scarti del lavoro di un oscuro collega, uno scattino da ombrelloni, che aveva avuto una buona idea di marketing: produrre istantaneamente, sul posto, con una macchinetta punzonatrice, dei piccoli badge personalizzati con il ritratto del cliente.

In entrambi i casi, del lavoro del fotografo ci resta l'inutile, l'eccedenza superflua: i bordi, appunto, quell'area del fotogramma che il fotografo quasi sempre "non controlla", non mette in forma, lascia a se stessa.

Anzi no: lascia alla sua fotocamera. Che invece controlla, mette in forma. Lo sa fa anche da sola, questo lo sappiamo. E allora guardiamoli, questi bordi orfani di centro, davvero sono solo residui insignificanti? No di certo!

La cicatrice si chiude, l'immagine recupera un senso. Saranno quelle mani, intrecciate plasticamente sul vestito a righe. Quella scenetta bagnanti in alto a destra, di cui il fotografo non si è curato che disturbasse, "tanto verrà tagliata fuori".

Nel residuo, nel bordo negato e scartato, c'è ancora fotografia, tanta fotografia, posso dire?, buona fotografia. Fotografia non premeditata, non sorvegliata, eppure fotografia. Anzi, è una specie di ultravista della fotografia. Bacigalupo cita giustamente Christian Caujolle: questi esoscheletri fotografici ci danno accesso a quel che di solito è impossibile vedere: "il fuori dalla cornice dell'immagine".

In un dipinto, il fuori cornice non esiste: l'universo figurativo si arrresta là dove si posa il pennello. In fotografia esiste, ed è quella zona che sta fuori dalla sorveglianza e dall'intenzione del fotografo, anche se sta ancora dentro la sua inquadratura.

È in quelle zone piene di dettagli non voluti, non considerati, non controllati, che possiamo andare a cercare qualcosa che somigli alla natura più radicale della fotografia. La sua bulimia acquisitiva, la sua fame di dettagli senza gerarchia, scelta, gusto: che per miracolo, una volta fotografati (all'insaputa del fotografo) diventano forma.

MayerPiersonQuello che il fotografo, per dirla con Gadda, "estroflette dai confini dell'Io", è comunque un pezzo di mondo fotografato, e quando il mondo viene fotografato, c'è poco da fare, una fotografia esiste.

Quanti fondali dipinti, o semplici teli di sfondo, nei negativi originali, lasciano intravedere alle loro spalle un muro scrostato o uno studio in disordine, che sarebbero scomparsi sotto lo sfumino del ritoccatore: ma oggi, stampati così come sono, improvvisamente raccontano un'altra storia, la propria storia di immagini costruite.

Quando Mayer e Pierson, celebrità del ritratto parigino di metà Ottocento, s'industriarono a fare il miglior ritratto equestre possibile del principino imperiale, non fecero attenzione alla posa del sovrano papà Napoleone III che, premuroso, gli stava vicino per rassicurarlo: che se ne stava li, in posa anti-retorica e borghese, cagnolino al guinzaglio, come un passante qualsiasi, tanto sarebbe stato tagliato fuori dall'inquadratura. E invece ora ora abbiamo un doppio ritratto che ci stupisce per la sua, ovviamente imprevista, modernità.

CarjatBaudelaireE che dire di quel ritratto dello studio Carjat, il ritratto di un tale monsieur Arnauldet, del tutto banale e per noi senza interesse, se non fosse che sulla sinistra, da dietro la renda di sfondo, fa capolino ol profilo un po' mosso di un uomo che potrebbe essere Baudelaire?

Se la fotografia ha una natura segreta e profonda, sta lì, in quello che fa a nostra insaputa, nell'incontrollabile margine della nostra sorveglianza. Ha ragione Clément Chéroux, ogni fotografia che si rispetti è sempre un po' fautographie, "sbagliografia".

Lasciatela sbagliare un po', allora, mollate il guinzaglio, amici fotografi, lasciatela correre, provate a non "controllare i bordi", forse la ringrazierete per i regali imprevedibili che, riconoscente, vi farà.

 

Il più bello sfruttamento del bordo che io ricordi l'ho visto nel film di Sergej Eisenstein, Aleksander Nevskij, soprattutto all'inizio quando si vedono scene di pesca e l'incontro con i tartari: siamo nel 1938 (c'è il corteo dei tartari che cammina letteralmente sul bordo inferiore dello schermo, il resto sono soltanto nuvole). E' forse superficiale giudicare Monti per le sue inquadrature, sempre calibratissime, soprattutto quelle della documentazione delle città emiliane realizzate con uno dei primi Nikon 35mm decentrabile. Ricordo, infine, il passo all'indietro che dovevo fare quando si fotografavano chiese, palazzi e castelli: il fotografo Luciano E. dall'alto della scala Fatif con il 40 Hasselblad montato, diceva: ...indietro un passo, ...ancora, poi ...ancora. L'ultimo passetto lo facevo di garanzia ma tante volte, nei negativi, le punte delle scarpe o qualche ombra lunga ci scappavano. Il problema dei vecchi fotografi era che i negativi costavano soldi e fatica e, spesso, si lasciava la macchina ferma sul cavalletto piuttosto che rifare una messa a fuoco perché anche quello era uno spreco di tempo e soldi.
Simone Lomuoio 26 gennaio 2016 alle 12:29

@Michele: forse hai ragione tu, l'esempio non era calzante e una buona fotografia non dovrebbe porsi questa domanda. A questo punto non riesco a capire l'osservazione di Guido Guidi: a me le foto di Paolo Monti sembrano ottime fotografie, non solo buone. Ma anche le foto di Friedlander, Winogrand e soci e discepoli, molto spesso mi sembrano più che buone. Devo affermare che anche le immagini di Mark Cohen (non tutte perché alcune sono molto "difficili" da interpretare per me) mi sembrano ottime. Andando avanti nella ricerca probabilmente riuscirò a capirne di più.
Luca 26 gennaio 2016 alle 10:12

Dice Valerio: "No io sono li a controllare quasi piu' quello che succede nello sfondo, nei bordi, fuori dal soggetto, che quello che fa il soggetto". Anche io faccio la stessa cosa al punto che in 30 anni di fotografia non ho mai scoperto nulla che non avessi percepito al momento della ripresa, come invece accade nel famoso film di Antonioni. Semmai ho avuto esigenza di togliere oppure di trovarmi di fronte ad interpretazioni che non avrei mai pensato da solo. Non sarà forse che succede esattamente il contrario di quello che dice Michele? Che Antonioni non ha capito nulla della fotografia? L'obiezione di Luomoio è forte: che si intende per margine? Una distinzione spaziale tra centro e periferia dell'immagine? Oppure una distinzione triviale ancora di più tra soggetto e sfondo come sottolinea Guerrieri? Che facciamo qui ci mettiamo a ragionare con la regola dei terzi? L'ultima fotografia con l'omino sullo sfondo non può essere casuale: il suo sguardo sta esattamente sulla diagonale che sale da destra a sinistra dell'inquadratura come quello della figura in primo piano. Non sarà che l'inconscio tecnologico vacilla a pensarci bene, o quantomeno per il fotografo esperto ha meno importanza di quanto lo abbia per chi si fotografa solo e sempre la faccia per metterla su FACEbook? Mah... son sconcertato!
William Guerrieri 25 gennaio 2016 alle 19:45

A me pare che il caso che si presenta con le prime due fotografie sia però diverso da quello delle fotografie d'epoca. Nelle prime due ciò che rimane dopo il ritaglio e comunque parte di un'immagine codificata. Le mani della donna sul vestito sono di un ritratto in posa e pertanto ciò che vediamo non è proprio qualcosa che sta ai margini.

Queste immagini con il buco affascinano perchè appaiono surreali (la moda del momento) e ciò che resta dell'immagine, privata della sua comprensibilità sembra perdere di senso e ci autorizza a trovare il senso che più ci piace, come appunto facevano i surrealisti, ma a mio parere sono solo porzioni di una immagine codificata.
Nel caso delle fotografie d'epoca, l'inquadratura è realizzata in una fase successiva dall'autore e pertanto ciò che risulta ai margini è probabilmente sfuggito al suo controllo. Mi pare allora un caso diverso dai precedenti.

Ma ciò che può sfuggire al controllo dell'autore non sta solo ai margini, può essere sullo sfondo, dietro al soggetto, oppure in una diversa posizione rispetto al soggetto che può anche non essere al centro dell'immagine, come accade nei quattro casi riportati. Per non parlare poi di ciò che entra nell'immagine all'insaputa dell'autore in termini di inconscio tecnologico.
Allora forse non è una questione di margini, ma di strategie diverse da parte dell'operator che può fare entrare il caso nella sua immagine, ma se intende produrre una immagine con una struttura e allora credo che i margini non si possano ignorare.
Michele Smargiassi 25 gennaio 2016 alle 18:22

@Simone Lomuolo
La fotografia di John Filo alla Kent State University non mi pare abbia molto a che fare con la riflessione sui margini.
Quand'è che il margine non è più margine ma diventa il soggetto? Bella domanda, ma non credo sia una distanza misurabile... Forse una buona fotografia è quella in cui questa domanda non si pone.
Il Fotocrate
Simone Lomuoio 25 gennaio 2016 alle 16:22

Buongiorno, però, prendendo spunto dall'immagine di cui parli nel tuo libro (quella delle proteste studentesche nel college...con il palo sulla testa) non solo il margine è importante, no? Oppure il margine non riesco a capire che limiti ha; esterni è ovvio, ma interni?
Gianni Romano 25 gennaio 2016 alle 14:04

Anni fa, molti, circa 15, a casa di un'amica lessi le due pagine introduttive di un libro che trattava di cinema. Poche righe che ho scordato ma il concetto esprimeva l'importanza dei bordi, di quel che resta vicino al margine di un'inquadratura e di come abbia la potenza di richiamare in chi osserva quel che c'era oltre quei bordi. Lì fuori vive l'immaginario, possiamo credere vi si trovi il resto della storia, possiamo inventarcela. Questa cosa mi ha allora molto affascinato. Vorrei ritrovare quel libro ma non ne ricordo nulla che possa farmi risalire all'autore.
Valerio 25 gennaio 2016 alle 12:18

"Mai emarginare il margine" o "non controllare I bordi"?

Mi piacerebbe piu' poter seguire il consiglio conclusive, ma tendo ad allinearmi con il titolo.
Ho sempre avuto un problema che chiamo "avarizia da composizione".
Sono sempre li a sfruttare ogni millimetro digitale del sensore, mai che lascio un po' di spazio utile per rifilare una foto o, mia nuova passion del momento, allineare le linee cadenti.
No io sono li a controllare quasi piu' quello che succeed nello sfondo, nei bordi, fuori dal soggetto, che quello che fa il soggetto.

Dovrei provare a mettere dei cerchi bianchi al centro delle mie foto...
Pino Musi 25 gennaio 2016 alle 12:06

del corpo della fotografia, abbiamo imparato ormai da tempo, non si butta niente. E' come il corpo del maiale: potenzialmente da ogni sua parte si ricava qualcosa, ma devi sapere poi come cucinarla o quali parti puoi poter mangiar crude. Alla fine un controllo sulla fotografia esiste sempre. Dipende da come si opera il controllo.
Anche quando accetta di "recuperare" il non controllato originario, il lasciato andare, il residuale, il margine e perfino il fuori cornice concettuale, in qualche modo un autore va sempre a operare una rimessa in campo di parti, ridandole, quindi, centralità. Nell'atto dello scatto, l'imprevisto può essere parte del gioco della fotografia ed il dispositivo è pronto a questo gioco. Il successivo tenere o non tenere dentro l'immagine finale questo imprevisto è un preciso atto culturale e non formale, a mio avviso.

clelia tormen

Numero di messaggi : 185
Data d'iscrizione : 04.07.12
Età : 63
Località : cambiano

Tornare in alto Andare in basso

Vedere l'argomento precedente Vedere l'argomento seguente Tornare in alto

- Argomenti simili

 
Permessi di questa sezione del forum:
Non puoi rispondere agli argomenti in questo forum