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Messaggio Da Matteo Maso Lun Gen 11, 2010 3:05 pm

ROSARNO - E' domenica, giorno di festa ma anche
di preghiera. E di riflessione. La città si sveglia un po'
stordita, confusa e incerta. Le violenze dei giorni scorsi, la
caccia all'emigrante che è proseguita ancora nella notte hanno
lasciato il segno. Nella parte bassa di Rosarno, le ruspe dei
vigili del fuoco sono già al lavoro. Smantellano con i loro lunghi
bracci dentati le mura fatiscenti di Rognetta, il piccolo campo
dove vivevano trecento immigrati africani. Nella parte alta,
davanti al palazzo del Comune, spicca il Duomo. Sono le 10 e per la
prima volta, dopo tante settimane, la chiesa torna a riempirsi di
fedeli. I bambini, a decine, nelle prime file. Gli adulti, molti
anziani, dietro. Sulla sinistra c'è ancora il presepe, la grotta,
Giuseppe e Maria piegati su Gesù, il bue e l'asino. Sui nastri
rossi che l'avvolgono ci sono parole che in queste ore acquistano
ancora più valore. Solidarietà, tolleranza, rispetto, pace,
uguaglianza.

Don Pino Varrà, parroco di Rosarno, parte da lontano. Afffronta la
parabola del Vangelo dedicata al battesimo. La nascita, il
riconoscimento ufficiale, l'eguaglianza di tutti i bambini di
fronte a Dio. Parla ai più piccoli che gli siedono davanti. Parte
da loro per arrivare agli altri. Che lo ascoltano, che intuiscono,
che si aspettano qualcosa. Nelle ultime file sostano gli uomini del
paese. Molti, in questi giorni, hanno partecipato alle violenze,
hanno brandito bastoni e catene. Hanno dato man forte ai blocchi
sulla statale per Gioia Tauro. Giù alla vecchia fabbrica di
Rognetta e poi più in là, verso l'altro campo dei dannati, all'ex
oleificio trasformato in un campo di disperati. Adesso sono qui.
Cercano conforto e comprensione.
"Bisogna aiutare i fratelli che sbagliano", spiega il sacerdote. "E
in questi giorni che stiamo vivendo qualcuno ha sbagliato. Ma
questo non ci autorizza a colpirlo, a inseguirlo, a ucciderlo, a
cacciarlo. Ci obbliga a capire, a fermarci. Per non sbagliare più.
Questo dobbiamo fare se vogliamo essere dei cristiani". Il parroco
lascia l'altare, scende tra la gente. Parla a braccio, stringe con
le mani il microfono. "Se ho un fratello in famiglia non posso
picchiarlo o cacciarlo di casa perché ha rotto un vaso. Devo
andargli incontro, sostenerlo, capire cosa è accaduto". Allarga le
braccia, sorride: "Vedo finalmente questa chiesa piena, sono
contento che moltissimi tra voi sono tornati. Ma vedo anche che
manca qualcuno". Don Pino sospira, si rivolge ai bambini. "Lo
vedete anche voi. Non c'è John. Vi ricordate di lui? Veniva ogni
domenica". I bambini annuiscono. I genitori, dietro, restano in
silenzio. Tesi e consapevoli. "Mancano anche Christian, Luarent. E
Didou, il piccolo Didou. Mancano i suoi genitori. Erano come voi,
con la pelle più scura, venivano dall'Africa. Non ci sono perché li
hanno cacciati".

E' il culmine dell'omelia. E' il momento dell'appello. E del
rimprovero: "Mi rivolgo ai più grandi, ai genitori. Perché loro
hanno un ruolo importante, formativo. A voi dico: non vi fate
trascinare verso ragionamenti e reazioni che non sono da cristiani.
E' facile dire: abbiamo ragione noi. Quando siete nati, Dio è stato
chiaro: questo è mio figlio. Lo siamo tutti. Tutti abbiamo diritto
alla vita, una vita dignitosa, che non ci umili. Anche quelli di un
altro colore, anche quelli che sbagliano sempre. Se vogliamo essere
cristiani noi non possiamo avere sentimenti di odio e di
disprezzo".
Il parroco adesso è al centro della navata. Si rivolge al suo
gregge che appare ancora più smarrito. Alza la voce, come un tuono:
"Possiamo anche dire che abbiamo sbagliato. Che i miei fratelli,
bianchi e neri hanno sbagliato. Ma lo dobbiamo dire sempre. Non
solo quando qualcuno ci sfascia la macchina. Lo dobbiamo sostenere
con forza anche quando altri fanno delle cose ancora più gravi.
Cose terribili. Dobbiamo avere il coraggio di gridare e
denunciare". Il sacerdote indica il presepe: "Non avrebbe senso
aver allestito questa opera. Non avrebbe senso festeggiare il
Natale. Meglio distruggerlo e metterlo sotto i piedi. Dobbiamo
celebrarlo convinti dei valori che lo rappresentano. Perché
crediamo nella misericordia e nella solidarietà. Se invece non
abbiamo la forza di ribbellarci ai soprusi e alle ingiustizie e
siamo pronti alle violenze nei confronti dei più deboli, allora non
veniamo più in chiesa. Dio saprà giudicare. Saprà chi sono i suoi
figli".

Il Duomo è avvolto da un silenzio pesante. Molti muovono nervosi le
gambe. Don Pino è stato chiarissimo. Ha colpito nel segno. E'
riuscito a scavare nell'animo della Rosarno ferita e confusa. "Non
mi ero preparato alcuna omelia. Ho detto queste cose perché le
sentivo. Perché mi sono state suggerite. Non da qualcuno tra voi.
Ma da Dio. Potrò sembrarvi presuntuoso. Ma Dio, che ha assistito
alle violenze di questi giorni, mi ha chiesto di dirle ai suoi
figli. Figli come voi. Figli che hanno sbagliato e che vanno
aiutati a non sbagliare più".
Matteo Maso
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Messaggio Da Lorenzo Lun Gen 11, 2010 10:28 pm

Che dire...Grande Omelia. Speriamo che serva a tutti noi.
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